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La "telenovela" Kakà è da poco giunta al termine, per qualcuno finalmente, per altri purtroppo… Di sicuro a chiunque questa vicenda ha lasciato l'amaro in bocca. Ci sono molti aspetti del passaggio di "Ricky" al Real che invitano alla riflessione: anzitutto molti si sono ritrovati a chiedersi chi sia davvero Kakà… Il campione dalla faccia pulita e dai modi eleganti, che dopo aver vinto il Pallone d’Oro aveva proclamato la ferma intenzione di voler giocare per sempre per i colori del Milan e di volerne diventare il capitano e la bandiera, o un giocatore come tanti al giorno d'oggi, in cerca cioè di guadagni sempre maggiori, un mercenario, un ingrato? Il suo atteggiamento, c'è da dire, è stato sempre ambiguo rispetto al suo futuro a Milano e, in seguito a quanto accaduto a gennaio nel corso della trattativa col Manchester City, si sono insinuati molti dubbi nei tifosi circa la sua permanenza in Italia. E' evidente, comunque, che qualcosa si è spezzato nel rapporto tra il giocatore e la società: quello che non si sa è cosa ci sia all'origine di questa rottura, se le continue richieste di soldi di Kakà, o il mutamento di mentalità della società… Già, perché anche la componente societaria in questa storia ha un ruolo importantissimo: a differenza dell'addio di Sheva, quello di Kakà ha una valenza ancor più amara agli occhi dei tifosi rossoneri, perché è la prova tangibile della fine di un'era del Milan, un Milan vincente che considerava i propri campioni incedibili, un Milan pronto ad investire per costruire una squadra che lottasse ai più alti livelli del calcio europeo e mondiale. Come per le relazioni interpersonali, anche per l'addio di Kakà al Milan le colpe della fine del rapporto andrebbero attribuite a tutte le parti in causa: Kakà non è stato costretto a firmare il contratto col Real, l'ha fatto di sua spontanea volontà; così come la società non ha fatto nulla per impedirglielo, di fronte alla possibilità di monetizzare per ripianare i bilanci in rosso senza dover ricorrere, così, ai soldi del presidente. Se, infatti, la decisione del trasferimento di Kakà dovesse esser fatta ricadere esclusivamente sui vertici di via Turati, non si spiegherebbe la mancata accettazione dell’offerta, decisamente più consistente, inoltrata dal Manchester City pochi mesi fa: è chiaro quindi che un peso l'ha avuto, e anche notevole, la volontà del giocatore, che negli anni scorsi non ha mai nascosto la propria ammirazione per le "merengues". Infine, una colpa può essere attribuita anche ai tifosi (non solo quelli rossoneri): quella di credere ad un calcio sano, idealizzato forse, in cui i giocatori scendono in campo per "onorare la maglia che indossano", quando invece scendono in campo (tranne rarissime eccezioni) per onorare solo il proprio conto in banca… Forse noi tifosi siamo attaccati ad un calcio che non c'è più, un calcio dove c'erano meno interessi economici, un calcio che era solo passione e non un mezzo di arricchimento… Razionalmente parlando dovremmo seguire le varie vicende calcistiche in modo più distaccato, come "utenti" e non tifosi appassionati, ma non è nella nostra cultura… Del calcio passato, in fin dei conti, ciò che è rimasta invariata è la nostra passione, e sempre rimarrà tale.
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